Il suicidio è l’atto volontario e consapevole di porre termine alla propria vita. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità prevenire il suicidio è un obiettivo prioritario. Infatti, secondo le cifre del rapporto “Preventing suicide: a global imperative“, nel 2014, in Europa, il suicidio ha avuto un tasso di prevalenza medio di 11,4 per 100.000. Inoltre molto più numerosi e difficili da quantificare sono i tentati suicidi, che rappresentano importanti campanelli d’allarme da accogliere e ascoltare.
Come spiega il dott. Antonio Loperfido il suicidio non è mai un’azione “priva di senso”, ma è una scelta autodistruttiva, in genere indotta da circostanze interne o esterne che la persona percepisce come impossibili da sopportare, tanto da preferire la morte come unico mezzo di liberazione o come la “migliore soluzione possibile”.
Secondo Viktor Frankl (1959) il suicidio è connesso con un dolore mentale che deriva dal “vuoto esistenziale” connesso alla perdita di significato della vita. Questo vuoto può essere alleviato solo attraverso l’adattamento a valori che (ri)danno significato all’esperienza vitale. Il suicidio, quindi, riflette una profonda sofferenza psichica o fisica e non è quasi mai una decisione improvvisa, ma il punto di arrivo di un lungo percorso di dolore, al quale spesso si arriva dopo molti dubbi e ragionamenti tortuosi.
Le motivazioni concrete che spingono una persona al suicidio possono variare molto. Esiste infatti una soglia di tolleranza del dolore psicologico del tutto individuale, influenzata sia da caratteristiche di personalità, sia dalla storia personale.
Esistono molti luoghi comuni sul suicidio, forse il più diffuso è che esso non si può prevenire. Pur riconoscendo la difficoltà di intervenire efficacemente nel campo della prevenzione del suicidio, riteniamo quest’idea sbagliata. Il dialogo, il supporto psicologico, l’ascolto e la comprensione del dolore che prova la persona che sta sviluppando un desiderio suicidario possono contribuire a prevenire il suicidio e favorire un superamento delle difficoltà.
Risulta quindi importante capire chi è il suicida e quali sono i nodi cruciali della sua disperazione.
Possiamo identificare tre grandi cause fondamentali che conducono al suicidio:
la disperazione senza confini (hopelessness), vissuta come il segnale angoscioso di un fallimento esistenziale e come la convinzione di vivere una vita senza significato;
un grave senso di impotenza (helplessness), il sentimento di essere senza via di uscita e di “non poter essere aiutati, o compresi, da nessuno”;
un senso di infelicità totale (happylessness).
Quando una persona esprime pensieri suicidari, essi non vanno considerati come una semplice richiesta di attenzione, bensì come un grido di dolore, che va accolto e ascoltato.
Parlare del suicidio non accentua l’intento suicidario. Al contrario, discutere apertamente di questi pensieri in un ambiente familiare può costituire un efficace metodo preventivo e incoraggiare la persona o il gruppo familiare a cercare aiuto. Le “Linee guida per la prevenzione del suicidio” (Euregenas, General Guidelines on Suicide Prevention) ci ricordano che la maggior parte delle vittime di suicidio aveva comunicato i propri pensieri prima di compiere l’atto. È quindi molto importante non sottovalutare alcuna manifestazione di pensieri suicidari, compiere azioni concrete per sostenere la persona e cercare aiuto.

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